Nel panorama del K-pop contemporaneo, pochi produttori e artisti riescono a trasformare la musica in uno spazio di riflessione quanto EL CAPITXN. Dietro il suo ultimo tour, WHO KILLED EL?, non si nasconde soltanto uno spettacolo, ma un percorso interiore che mette in discussione identità, cambiamento e il significato stesso della creazione artistica.
Per questa nuova puntata di In A Talk With, abbiamo avuto l’opportunità di rivolgergli sedici domande che vanno oltre la musica, esplorando il suo modo di vivere l’arte, il rapporto con le emozioni, il silenzio e le continue trasformazioni che caratterizzano il suo percorso personale.
Ecco cosa ci ha raccontato.
In questo momento della tua vita, senti di essere più in una fase di ascolto o di costruzione?
Non credo che sia uno stato che possa essere diviso tra l’una o l’altra cosa. Esteriormente continuo a creare, ma interiormente mi sento più vicino all’ascolto. Se in passato reagivo in base a fattori esterni, oggi mi muovo seguendo i segnali che arrivano dall’interno. Per questo, più che una fase di costruzione, la considero un processo in cui cerco di riconoscere con precisione in quale stato mi trovo per poter creare.
Il titolo del tour è una domanda molto forte. Per te è ancora una domanda aperta o hai già iniziato a trovare una risposta?
Credo che, nel momento in cui questa domanda trova una risposta definitiva, perda il suo valore. Per questo evito intenzionalmente di cercarne una. Con il proseguire del tour, non mi sto avvicinando a una risposta. È la domanda stessa a diventare sempre più precisa. In un certo senso, mantenere viva la domanda è più importante che avere una risposta.
Quando parli di “uccidere” una versione di te stesso, è qualcosa che ha più a che fare con il lasciarla andare o con il trasformarla?
Lasciare andare è possibile solo quando si ha una scelta. Per me non è stata una scelta. Era piuttosto una condizione che non poteva più essere sostenuta. Per questo, più che di trasformazione, parlerei di un risultato ricostruito a partire da ciò che è rimasto.
Non l’ho uccisa. Sarebbe più corretto dire che è ciò che è sopravvissuto.
Il cambiamento viene spesso descritto come crescita, ma a volte comporta anche una perdita. Come vivi questo equilibrio?
Non cerco di mantenere un equilibrio. L’idea stessa di equilibrio presuppone una condizione stabile, e non credo che questo descriva ciò che sto vivendo adesso. Più che distinguere tra crescita e perdita, mi sento in uno stato di trasformazione continua. A un certo punto ho smesso di trovare un senso nel separare le due cose.
Ti capita mai di sentire che alcune parti di te continuino a esistere, anche dopo aver cercato di lasciarle andare?
Non credo che qualcosa scompaia davvero. Penso semplicemente che cambi forma. Non svanisce: continua a esistere in modi che sono più difficili da riconoscere. Per questo, a volte, alcune parti del mio passato riemergono in forme che non mi sarei mai aspettato.
Questo tour sembra costruito come una narrazione. Quando lo hai immaginato per la prima volta, sapevi già cosa volevi comunicare o lo stai scoprendo lungo il percorso?
Se avessi saputo esattamente cosa volevo dire fin dall’inizio, non lo avrei costruito in questo modo. Questa struttura è stata possibile proprio perché, all’inizio, nulla era completamente definito. Ci sono molti più momenti in cui comprendo qualcosa dopo la performance. Per questo non lo considero una narrazione pensata per trasmettere un messaggio, ma qualcosa di più vicino a una testimonianza, a una registrazione di ciò che accade.

Sul palco, la domanda “WHO KILLED EL?” assume un significato diverso ogni volta che la poni davanti a un nuovo pubblico?
È sempre la stessa frase. Ma ogni volta la pronuncio da uno stato d’animo diverso. Ci sono giorni in cui sembra un attacco. Altri in cui suona come una conferma. E altri ancora in cui assomiglia quasi a una confessione.
Non dipende dal pubblico. Dipende dal fatto che io, ogni giorno, sono diverso. Per questo credo che sia più corretto dire che questa domanda non abbia un significato fisso.
Quando scrivi o produci musica per qualcun altro, hai la sensazione di uscire da te stesso oppure di entrare dentro di te in modo diverso?
Non ho la sensazione di uscire da me stesso. Semmai, è il contrario. È come entrare ancora più in profondità. Per comprendere lo stato d’animo di un’altra persona, devo trovare quel punto anche dentro di me. Così finisco per aprire parti sempre più profonde di me stesso. Per questo, quando concludo un progetto, spesso mi sento interiormente più complesso di prima.
Come capisci quando qualcosa ti appartiene davvero e quando, invece, è arrivato il momento di lasciarla andare?
Se qualcosa smette di cambiare mentre continuo a tenerla con me, non la considero più mia. Se invece continua a evolversi, allora significa che è ancora viva.
Lasciarla andare non è realmente una decisione. È più il momento in cui non può più essere sostenuta.
Quando un’emozione diventa musica, senti di averla compresa oppure semplicemente di averla trasformata?
Non ho mai avuto la sensazione di aver compreso completamente un’emozione. Anzi. Molto spesso, una volta trasformata in musica, mi appare ancora meno chiara. Per questo non credo di spiegare le emozioni. Credo piuttosto di trasferirle in un’altra forma.
Nel tuo lavoro, quanto è importante il silenzio rispetto al suono?
Credo che il silenzio sia più diretto del suono. Il suono può essere scelto, ma il vuoto non può essere nascosto. A volte, sono proprio le parti in cui non c’è nulla a contenere più informazioni.
Non è un vuoto creato intenzionalmente. È più simile a una traccia che non può essere cancellata.
In un’industria così veloce e strutturata, come riesci a proteggere il tuo modo personale di fare musica?
Credo che cercare di proteggerlo sia proprio ciò che finisce per rovinarlo. Per questo, invece di proteggerlo, lavoro seguendo criteri completamente diversi.
Non la velocità o la struttura. Ma il fatto di riuscire a mantenere il mio stato interiore. Nel momento in cui comincio ad adattarmi a qualcos’altro, quello non è più il mio modo di lavorare.
Portare questo tour davanti a pubblici diversi cambia anche il modo in cui percepisci la tua musica?
Più che cambiare, continua a rompersi. La stessa traccia può assumere un significato completamente diverso a seconda del giorno. A volte può persino sembrarmi estranea.
Per questo, oggi, non considero più la mia musica come un risultato definitivo e immutabile.
C’è qualcosa che oggi riesci a esprimere attraverso la musica e che, in passato, non riuscivi nemmeno a definire?
Credo di essere arrivato a un punto in cui riesco ad affrontare certe cose senza dover dare loro un nome. In passato cercavo di definire tutto.
Oggi mi sembra più giusto non farlo. Ci sono cose che scompaiono nel momento stesso in cui provi a spiegarle.
Se qualcuno si fermasse davvero ad ascoltare questo tour, cosa vorresti che gli rimanesse?
Non credo che le persone debbano necessariamente portare via qualcosa. Mi sembra più corretto dire che sia qualcosa a rimanere. Se resta anche solo uno stato d’animo che non può essere spiegato, allora è sufficiente.
A volte ciò che rimane senza essere compreso è la forma più autentica.
Non come artista, ma come persona: che cosa stai ancora cercando di capire?
Sto cercando di capire perché le stesse strutture continuino a ripetersi. Le forme cambiano, ma le scelte, le emozioni e i risultati finiscono per tornare sempre in modi simili.
Ultimamente me ne sto rendendo conto con sempre maggiore chiarezza, soprattutto nelle relazioni tra le persone. Mi interrogo su come funzioni l’egoismo umano e fino a che punto una relazione possa davvero essere sostenuta. Un tempo pensavo che un certo grado di sacrificio fosse necessario. Oggi sono più vicino all’idea che non sia sempre qualcosa di significativo. Un modo di consumare sé stessi per qualcun altro non può durare.
Per questo, oggi, invece di cercare di comprendere i singoli individui, cerco di osservare le strutture all’interno delle quali le persone si muovono.


Foto: toomuch.png
Alcune interviste lasciano delle risposte, altre lasciano delle riflessioni. Quella con EL CAPITXN appartiene sicuramente alla seconda categoria. Attraverso le sue parole emerge un artista che continua a mettersi in discussione, scegliendo di dare valore al percorso più che alla destinazione.
Noi di Italy Loves Kpop ringraziamo EL CAPITXN per la disponibilità e la fiducia dimostrate nei nostri confronti. Ci auguriamo che questa conversazione vi abbia accompagnati alla scoperta di una prospettiva diversa sulla musica, sull’arte e sul cambiamento, e vi invitiamo a continuare a seguirci per tante altre esclusive.
CEO and CO-Founder of ILK PROJECT 31 anni, amante della cultura asiatica da 20. Appasionata di scrittura e musica sin da bambina.



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